Attraversando Ivrea

L’origine dell’antico nome di Ivrea deriva dalle popolazioni Celtiche che abitavano la zona prima dell’invasione romana, tesa ad assicurarsi il dominio dell’area pedemontana e quindi il controllo dei valichi alpini. Nel tentativo di conquista del territorio i romani subirono una prima dura sconfitta a dimostrazione del valore delle fiere popolazioni Celtico-Salasse che la abitavano. Dopo vari tentativi, pur senza riuscire a dominare completamente le popolazioni locali, nell’anno 100 a.C. fu istituita la colonia romana di Eporedia.

Successivamente la caduta dell’Impero romano di Occidente, iniziarono le invasioni e dominazioni barbariche e la città venne inclusa in uno dei Ducati Longobardi della regione pedemontana che comprendeva anche la Diocesi di Vercelli. Subentrato il dominio dei Franchi, Ivrea fu sede di contea come appare in un capitolare dell’Imperatore Lotario I° risalente all’anno 825.

Verso la fine del IX sec., tramontata l’età Carolingia, la Marca di Ivrea fu assegnata ad Anscario I° che diede inizio alla dinastia Anscarica del X Secolo. La configurazione marchionale del territorio raggiunse così la sua definitiva espressione per poi interrompersi con l’ascesa di Arduino.

Accanto alla figura, per molti versi misteriosa e leggendaria, di Arduino venne a stagliarsi quella altrettanto emblematica del Vescovo Eporediese Warmondo, uomo colto ed energico della famiglia degli Arborio.

All’inizio dell’anno Mille con la scomparsa di Arduino si perde ogni traccia della Marca d’Ivrea che viene ridimensionata tra gli eredi dello stesso i quali praticarono una politica di aperta opposizione verso le grandi Casate Imperiali straniere.
castello ivrea
Nel 1026, Corrado di Franconia il Salico espugnò la città e nel corso del restante XI sec. si vide il consolidarsi del Potere Episcopale. Nella seconda metà del XII sec. si susseguirono una serie di guerre con la città di Vercelli per i ripetuti tentativi di espansione di quest’ultima e per i contrasti sui pedaggi relativi alle merci provenienti d’oltralpe attraverso la Valle d’Aosta.

Federico Barbarossa, con la politica tesa a restaurare in pieno l’autorità Imperiale, insediò nel castello d’Ivrea il marchese Ranieri di Biandrate. Dal contrasto violento che questi ebbe con le forze Vescovili e Comunali, nacque tra il 1193 e il 1195 una sollevazione popolare che portò alla cacciata del Biandrate e alla distruzione dell’antico castello di San Maurizio. Dal Duecento si registra il consolidarsi dell’autonomia del Comune e la promulgazione delle Leggi Statutarie.

Nel 1266 Guglielmo VII° di Monferrato riesce ad ottenere la dedizione della città, nel 1271 la Signoria Monferrina è brevemente interrotta dalla dominazione del Re di Sicilia Carlo d’Angiò.

Il ritorno degli Aleramici durò ancora fino al 1313, quando la Città giurò fedeltà alla Casa Savoia. Nel 1357-58 Amedeo di Savoia, unico incontrastato signore di Ivrea, dava inizio alla costruzione del nuovo importante castello affiancato ai precedenti centri di potere: la Cattedrale, il palazzo Vescovile e quello Comunale. Nel XIV sec. i Savoia, dopo le estenuanti lotte per il consolidamento del potere dovettero affrontare la grande sommossa popolare del Tuchinaggio che insanguinò le terre canavesane e che si concluse proprio a Ivrea nel 1391 con la convenzione voluta dal Conte Amedeo VII° di Savoia conosciuto anche come “Conte Verde”. Con questa vicenda si chiudeva per Ivrea l’età aurea della sua storia, nei secoli successivi si fece sempre più evidente la sua dimensione provinciale.

Entriamo ora nella città dall’antica porta di accesso per chi proveniva da Aosta, la porta “Fontana”, e imbocchiamo la vecchia via Palma di Cesnola, antico “Cardex Maximum” della città romana. Da questa risaliamo su un’antica rampa selciata che porta alla piazza del castello, fatto erigere, come già detto dal Conte Verde nel 1358.

La fortezza aveva soprattutto scopi difensivi, sorge infatti nella parte alta della città in posizione strategica. Per edificare il castello fu necessario spianare parte della zona interessata e furono quindi abbattute alcune case signorili ed edifici religiosi, i lavori si conclusero tra il 1393 e il 1395. Nel 1676 un fulmine colpì la ”torre mastra”, adibita a polveriera, lo scoppio causò la morte di un centinaio di persone e lesionò gravemente il castello; le mura ai lati della torre furono squarciate in parte e i camminamenti di ronda distrutti, la torre stessa rimase mozzata. A partire dal XVII sec. il castello ebbe un utilizzo prevalentemente militare e cominciò a subire le prime modifiche per ospitare prigionieri di guerra. Dal 1700 al 1970 fu poi utilizzato come carcere criminale e politico subendo per questo profonde trasformazioni fino a rendere l’interno irriconoscibile rispetto alla costruzione originale.

Lasciando il castello ci avviamo verso il Vescovado di cui non si conosce con esattezza il periodo di costruzione, certamente le sue origini sono quindi molto antiche. E’ infatti, opinione degli studiosi che fosse già dimora del Vescovo Warmondo nel X sec. o addirittura antecedente. Il palazzo è oggi un insieme di edifici di diverse epoche e forme creatosi nel tempo con aggiunte e modifiche. Sono comunque ancora presenti caratteristiche architettoniche che si possono attribuire al Medioevo, innanzi tutto la torre detta “Torre del Vescovo” che si erge di alcuni metri oltre il tetto, un tempo certamente merlata conserva particolari decorazioni in cotto.

Nella piazza selciata vicino al Vescovado troviamo la Cattedrale di Ivrea fatta costruire da Warmondo probabilmente su una chiesa preesistente risalente al IV sec.. Secondo la tradizione, in epoca romana sorgeva nello stesso luogo un tempio dedicato ad Apollo.

La Chiesa a tre navate conserva, malgrado i molti rifacimenti avvenuti nei secoli, numerose parti che risalgono alla Cattedrale di Warmondo, in particolare l’abside semicircolare e i due alti campanili a forma quadrata tipicamente di architettura romanica. I due torrioni sono molto simili tra loro ma non identici, sono suddivisi in riquadri sovrapposti con fregi e archetti pensili, nella parte superiore su ogni lato si aprono bifore e trifore.

Sotto il piano della Chiesa si trova la cripta che fu costruita in due tempi.

La più antica di forma semicircolare, sotto la zona absidale è sormontata da volte a crociera sorrette da colonne, mentre la parte più recente risale al XII sec. ed è divisa in tre navate, le volte sono appoggiate su colonne, il cui fusto viene da un reimpiego di materiali preesistenti. Nella cripta si trova un antico sarcofago in marmo di epoca romana, appartenuto al Questore Caio Atecio Valerio (seconda metà del I Sec. d.C.) molto ben conservato per essere stato tenuto nella cripta per circa otto secoli, in quanto utilizzato come reliquiario delle spoglie di San Besso per volere di Re Arduino nel X sec. fino al 1700.

Nella cripta si trovano anche tre tombe di Vescovi Eporediesi. Dal XII al XV sec. la Cattedrale fu abbellita con varie opere pittoriche e con sculture, nel XVI sec. furono erette le cappelle lungo le navate e nel 1854 fu ampliata di un’arcata e fu costruita l’attuale facciata neoclassica. Nella parte posteriore della Cattedrale si trovano i resti del Chiostro del Capitolo dei Canonici, coevo alla costruzione dei due campanili romanici.

Il Capitolo dei Canonici comprendeva i sacerdoti che aiutavano il Vescovo nelle pratiche religiose e amministrative della Diocesi e si riuniva nel chiostro per le decisioni importanti. Poco lontano dalla piazza della Cattedrale sorge l’imponente Seminario maggiore costruito tra il 1715 e il 1765, sotto il porticato a destra dell’ingresso è stata murata una parte del mosaico, del X° Secolo, che si presume provenire dal pavimento del coro della primitiva Cattedrale. Il frammento, lungo mt. 3,32 e alto mt. 1,34 è costituito da tessere policrome che rappresentano i simboli delle arti che s’insegnavano nella locale Scuola Ecclesiastica ed erano divise in : Trivio (grammatica, dialettica,retorica) e Quadrivio: (aritmetica, geometria, musica e astronomia).

Nel mosaico si possono ancora vedere quattro figure che rappresentano appunto alcune delle suddette arti. Nel Seminario ha sede la Biblioteca Diocesana erede dell’antico Scriptorium del VII e VIII sec. che possiede oltre ventisettemila volumi tra cui il famoso Sacramentarlo di Warmondo risalente al 1002.

Scendiamo adesso la scala (chiamata scala santa) che dal portico dell’Opera Pia Peana ci porta in Via della Cattedrale e da qui scendiamo in Piazza di Città, sulla quale ci soffermeremo in seguito, e imbocchiamo Via Arduino passando davanti alla Chiesa di Sant Ulderico eretta nel XI sec. e legata a una leggenda relativa al passaggio del Vescovo Ulderico di Magonza nella città di Ivrea.

Della parte antica rimane evidente solo il campanile romanico, mentre la Chiesa è stata incorporata nella facciata di recente costruzione. Proseguiamo per Via Arduino, ”Decumanus Maximus” della città romana notando i particolari vicoli che scendevano verso la Dora residui della parte antica e più popolare del vecchio borgo. Arrivati in Piazza Gioberti giriamo sulla sinistra e, costeggiando la grande roccia su cui era costruito l’antico Castellazzo arriviamo di fronte al Ponte vecchio del Borghetto.

Il Ponte esisteva già in epoca preromana, e per secoli è stato l’unico passaggio verso in Canavese occidentale. Costruito in pietra dai romani fu poi ricostruito in legno nel periodo medioevale e fu coperto e difeso da due torri. Nel corso del tempo subì danni irreparabili e fu ricostruito più volte eutilizzatofino al 1600.

Fu poi ampliato nella versione attuale nel 1830 per l’aumentato flusso di carri e carrozze. I pilastri del basamento romano, appoggiati direttamente sulla roccia, sono a tutt’oggi visibili.

Passiamo davanti alla fontana dedicata a Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima azienda che per anni ha dato lavoro a migliaia di persone del Canavese e non solo. Sopra la fontana vediamo ancora la rupe su cui sorgeva il Castellazzo, simbolo di oppressione distrutto per ben due volte dalla furia popolare. Nella prima metà dell’Ottocento furono ricavati, demolendo parte della rupe, ben 650 metri cubi di materiale per poter costruire parte della passeggiata e strada Lungo Dora che non esistevano in quanto in passato questa zona era delimitata da mura e bastioni difensivi.

Entriamo ora in Via Cavour e quindi ancora in Piazza di Città, nel Medioevo questa zona era occupata da diversi edifici tra cui l’Ospedale De Borgo che rimase in attività fino alla metà del 1700. Al suo posto nel 1780 fu costruito il Palazzo Municipale e formata la piazza.

Entriamo in Via Palestro, parte importante del “Decumanus Maximus” e arriviamo in Piazza Ottinetti detta il salotto di Ivrea, creata nel 1843 in seguito alla demolizione di parte del monastero di Santa Chiara con un intervento di ricucitura tra vecchio e nuovo tessuto edilizio.

Dalla Piazza scendiamo in Via dei Patrioti e raggiungiamo i giardini pubblici dominati dall’antico campanile romanico di Santo Stefano, il quale oggi si presenta come una torre, unico superstite di un complesso abbaziale del XI sec.. Nell’anno 1401 il Vescovo di Ivrea Enrico II° aveva fatto ampliare la parrocchia di Santo Stefano per accogliere l’Ordine Benedettino che si era diffuso in occidente ma non ancora a Ivrea.

Il monastero rimase efficiente fino al 1489 infine nel 1554-1558 il Generale francese Brissac, Governatore d’Ivrea, fece demolire la chiesa e parte del monastero per ingrandire le fortificazioni dalla città. Nel 1757 il Conte Perrone acquistò ciò che restava del complesso abbaziale e lo fece abbattere per ampliare il giardino del suo palazzo salvando solo la torre campanaria. Il materiale utilizzato per la costruzione della torre non è costituito da soli laterizi ma anche da materiale di recupero derivente dalla demolizione di altri edifici quasi sicuramente romani.

Percorriamo ora le piazze Rondolino e Fregulia e raggiungiamo Porta Vercelli all’inizio della antica strada che univa le due città. Percorriamo l’attuale Corso Massimo D’Azeglio fino alla Chiesa di San Lorenzo e prendiamo per un tratto Via Cascinette nella zona nuova della città fino all’incrocio con Via Lago San Michele , la percorriamo fino in prossimità del Lago dove incontriamo un’area recintata sede di una ex polveriera, da qui possiamo vedere il lago,uno dei cinque, di cui ne abbiamo già visti due, questo piccolo lago ha le stesse caratteristiche morfologiche degli altri con una superficie di 0,169 Kmq.