Lettura del 25 aprile per Ivreattiva – Liberazione in Festa !

Serramorena – Parco della Polveriera:
In un parco si percepisce la stretta relazione dei viventi tra loro e con l’ambiente in cui vivono.
Comprendere e studiare questa relazione vuol dire riuscire non solo rispettarla e valorizzarla ma anche sentirsene profondamente parte.

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Lettura del 25 aprile tratta dal libro di Charles Patterson “Un’eterna Treblinka”.
Nel libro viene analizzata la radice comune tra il modo in cui i nazisti trattavano i prigionieri nei campi di sterminio e il modo in cui la specie umana sfrutta le altre specie animali.
Vi sono raccolte le testimonianze di sopravvissuti all’Olocausto divenuti sostenitori dei diritti degli animali, tra cui Edgar Kupfer-Koberwitz.
Il titolo del libro, che fa riferimento al campo di sterminio di Treblinka, trae origine dal racconto “L’uomo che scriveva lettere” del Premio Nobel per la letteratura Isaac Bashevis Singer, in cui afferma:
« Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno. »
Patterson cita inoltre il filosofo Theodor Adorno, al quale è attribuita la frase:
«Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.»

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          In Holocaust Project: From Darkness to Light, l’artista Judy Chicago racconta di come ella arrivò a capire che la designazione degli ebrei come animali fu ciò che condusse a trattarli – e macellarli – come tali. Ammette che le ci volle, però, molto tempo per giungere a questa conclusione, perché si era sempre fidata della gente e aveva sempre creduto che il mondo fosse un luogo relativamente giusto e ragionevole. Sapeva che succedevano anche fatti terribili, ma li aveva considerati come eventi isolati.
          Fu questo il motivo per cui il suo incontro con l’Olocausto la scosse tanto profondamente e mise in dubbio tutto ciò che prima dava per scontato riguardo alle persone e al mondo. «Affrontare l’Olocausto mi pose di fronte a una realtà che andava oltre qualsiasi esperienza precedente: milioni di persone assassinate, altri milioni resi schiavi e costretti a soffrire, mentre il mondo faceva finta di non vedere l’attuarsi della Soluzione Finale». La Chicago non riusciva a capacitarsene perché per lei era tutto troppo doloroso e sapeva di essere ancora lontana dal capire che cosa ciò significasse riguardo agli esseri umani e al mondo in cui viveva.
          Quando iniziò a comprendere gli aspetti da mattatoio dell’Olocausto, cominciò anche a capire il legame tra la macellazione industriale degli animali e quella delle persone. Visitando Auschwitz e osservando un modello in scala di uno dei quattro forni crematori, si rese conto che «in realtà, si trattava di giganteschi impianti di lavorazione: solo che al posto di lavorare maiali, lavoravano persone che erano state designate come maiali».
          Man mano che approfondiva il suo studio sull’Olocausto, la Chicago comprese che, dato che un passaggio fondamentale per riuscire ad assassinare esseri umani è quello di disumanizzarli, la ghettizzazione, la fame, la sporcizia e la brutalità aiutavano a trasformare gli ebrei in esseri «subumani». Descrivendo continuamente gli ebrei come «insetti» e «maiali», il regime nazista convinse il popolo tedesco della necessità di distruggerli.
          Ad Auschwitz, ricorda la Chicago, di fronte a quel modello di forno crematorio, «all’improvviso pensai alla “lavorazione” di altre creature viventi, alla quale molti di noi sono abituati e sulla quale meditiamo poco». Pensò che anche durante la rivoluzione industriale i maiali furono una delle prime «cose» a finire sulla catena di montaggio. «Cominciai a riflettere sulla distinzione etica tra la lavorazione dei maiali e lo stesso procedimento applicato a persone definite maiali molti potrebbero ritenere che le considerazioni di ordine morale non devono comprendere gli animali, ma ciò era esattamente quello che i nazisti pensavano degli ebrei».
          Ciò che la angosciò maggiormente nel visitare Auschwitz «fu una strana sensazione di familiarità». Se alcune delle cose che i nazisti facevano nei campi di sterminio sono le stesse che continuamente vengono fatte in tutto il mondo, i processi di «lavorazione» usati ad Auschwitz erano, a suo avviso, «una forma grottesca delle stesse tecnologie moderne dalle quali tutti noi dipendiamo. Molte creature viventi vengono stipate in baracche indecenti, trasportate senza ricevere né cibo né acqua, condotte al macello, e le diverse parti del loro corpo utilizzare “razionalmente” per ricavarne salsicce, scarpe o fertilizzanti». Fu allora che qualcosa, all’improvviso, scattò dentro di lei.
          «Vidi l’intero pianeta simboleggiato da Auschwitz che grondava sangue: persone manivrate e sfruttate; animali torturati in inutili esperimenti; uomini che cacciavano creature indifese e vulnerabili per il piacere del «brivido»; esseri umani distrutti da condizioni di vita e cure mediche inadeguate e per mancanza di cibo; uomini che abusano di donne e bambini; persone che inquinano la terra diffondendo veleni che contaminano l’aria, il terreno e l’acqua; carcerazione di dissidenti; eliminazione di avversari politici; oppressione di chi si pone, si sente o agisce in modo diverso».